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“Aviofobia”, quando la paura di volare ti tarpa le ali

Pubblicato il 16 giugno 2008 da Giò

Due italiani su tre hanno paura di volare: si tratta di “aviofobia”, un disturbo che tarpa le ali e che, in vista delle vacanze estive, più che preparare al relax, toglie il sonno e il piacere della partenza per un viaggio.

“Aviofobia”, quando la paura di volare ti tarpa le ali

E’ ciò che emerge da una ricerca condotta dall’Eurodap (Associazione europea disturbi attacchi di panico) presieduta dalla psicoterapeuta Paola Vinciguerra, che spiega: «Andare in aereo è la massima rappresentazione del lasciarsi andare, dell’abbandonarsi e dell’affidarsi». Ma in questo momento di grande insicurezza generale, la fiducia nell’altro è sempre più labile per cui si preferisce camminare con i piedi per terra.

L’associazione ha sottoposto un questionario on line a 600 persone, 200 delle quali ha ammesso apertamente la fobia per l’aereo, 150 evitano, qualora fosse possibile, l’aereo come mezzo di trasporto mentre solo per le restanti 250 volare non condiziona la scelta della meta.

I sintomi che assalgono gli “aviofobici”, non sempre solo al momento del decollo, sono la sensazione che la gola si stringe, il non riuscire più a respirare, le mani che sudano, il senso di paralisi alle gambe, la testa che gira, il cuore che batte sempre più velocemente.

Ovviamente la soluzione per guarire non è certo evitare di prendere l’aereo poichè, commenta la Vinciguerra: “Ogni cosa che evitiamo per paura indebolisce il rapporto di fiducia con noi stessi, portando alla conseguenza che nel tempo le cose che ci fanno paura possono aumentare e il disagio psichico propagarsi a varie situazioni“.
Ma «prima di scegliere il metodo di cura è importante fare una diagnosi appropriata, capire cioè se ci troviamo di fronte a una fobia sviluppata a causa di un trauma o se la problematica è la rappresentazione di un’ansia generalizzata spostata su un oggetto, in questo caso l’aereo».

Qualora fosse un trauma «il metodo di elezione è la nuovissima tecnica dell’Emdr (Eye movement desensitization and reprocessing), per cui possono bastare poche sedute. Nel secondo caso si affronta invece il problema facendo ricorso a varie tecniche psicoterapeutiche, volte a migliorare il rapporto di fiducia con se stessi e la gestione degli stati d’ansia. Alcune di queste tecniche sono la bioenergetica, la psicologia positiva e la psicoterapia cognitivo-comportamentale», conclude Vinciguerra.

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