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Dieta mediterranea: scudo naturale contro svariate patologie

Sabato 13 Settembre 2008

La dieta mediterranea rivela ancora una volta i suoi benefici effetti. Ulteriori conferme scientifiche giungono dagli speciliasti dell’UniversitĂ  di Firenze e dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi, i cui risultati sono pubblicati su British Medical Journal.

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Stando a questa fonte, un’alimentazione di tipo mediterraneo proteggerebbe in maniera considerevole l’individuo dal rischio di morte per cause quali tumori, morbo di Parkinson e Alzheimer, nonchè malattie cardiovascolari.

Lo studio ha coinvolto oltre 1,5 milioni di persone dai 3 ai 18 anni. Osservando attentamente le loro abitudini alimentari i ricercatori sono giunti alla conclusione che coloro che seguivano rigorosamente la dieta mediterranea avevano un rilevante miglioramento dello stato di salute con una diminuizione del 9% della mortalità, del 9% della mortalità per malattie cardiovascolari, del 13% dell’incidenza di patologie come Parkinson e Alzheimer, e del 6% dell’incidenza o mortalità per tumori.

Questa ricerca, che dovrebbe esser salutata con grande entusiasmo dagli abitanti del Bel Paese, finisce però, col lasciare l’amaro in bocca poichè il consumo abbondante di frutta, verdura, carboidrati complessi, olio di oliva e pesce, tipico della tradizione italiana, diminuisce sempre piĂą.

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Un caffè al giorno toglie l’Alzheimer di torno

Sabato 5 Aprile 2008

La ricerca pubblicata sul Journal of Neuroinflammation riporta che un caffĂ© al dì protegge il cervello dai danni che può causare un elevato tasso di colesterolo, tra cui il peggiore è l’Alzheimer.

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I ricercatori della University of North Dakota School (USA) hanno somministrato una dose giornaliera di tre milligrammi di caffeina a dei conigli, i quali erano nutriti con una dieta ricca di grassi. Dopo dodici settimane i test di laboratorio hanno evidenziato come gli animali che avevano ingerito la caffeina mostravano una barriera ematoencefalica migliore rispetto ai conigli del gruppo di controllo.

Jonathan Geiger, responsabile dello studio, spiega: “La caffeina sembra bloccare molti degli effetti dirompenti che il colesterolo ha sul sistema nervoso centrale. In altre parole, la caffeina riduce le perdite che i grassi in eccesso possono provocare nella barriera ematoencefalica”.

La sostanza in questione funziona come raccordo tra le proteine che si legano alle cellule che compongono la barriera ematoencefalica, evitando così che delle molecole indesiderate raggiungano il sistema nervoso centrale.

di G.V.

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L’ecstasy altera la capacitĂ  di apprendere e memorizzare come il morbo di Alzheimer

Giovedì 20 Marzo 2008

Da una ricerca italiana pubblicata online sul Journal of Neuroscience e condotta nei laboratori del Neuromed, l’Istituto neurologico mediterraneo di Pozzilli (IS) risulta che l’ecstasy, la sostanza tanto abusata dai giovani per lo sballo occasionale e non solo, provoca delle alterazioni del cervello simili a quelle del morbo di Alzheimer.

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Carla Buscati spiega: “Per il nostro studio, durato due anni siamo partiti da studi clinici internazionali che mettevano in evidenza l’esistenza di deficit cognitivi in soggetti che facevano uso di ecstasy, un derivato chimico della metanfetamina, MDMA.
Soggetti che sono stati sottoposti a test clinici di memoria verbale mentre venivano monitorati con l’Elettroncefalogramma e con la Risonanza Magnetica funzionale. In queste persone venivano riscontrate rispettivamente anomalie di tipo elettroencefalografico e minori attivazioni delle aree cerebrali deputate alla memoria rispetto a individui di un gruppo di controllo che non facevano uso di droga”.

La ricerca vera e propria è stata effettuata su topi a cui sono stati somministrati dosi di ecstasy equivalenti a quelle che hanno effetto sul cervello umano: da una pasticca di 120 milligrammi, quella che un giovane può consumare in una serata in discoteca, ad una pasticca somministrata per sei giorni consecutivi.

I risultati dell’osservazione hanno evidenziato delle alterazioni nella struttura che sostiene la cellula, il citoscheletro. Esso è composto da una proteine organizzate in una struttura ordinata, ma l’ecstasy agisce modificando una di queste proteine, chiamata Tau.

Così la struttura che sostiene la cellula si altera e comincia ad aggregarsi all’interno della cellula formando grovigli del tutto simili a quelli che sono nel cervello delle persone colpite da demenza. Queste alterazioni sono localizzate nell’area del cervello che controlla memoria e apprendimento, chiamata ippocampo.

I “grovigli” della proteina alterata finiscono per bloccare il circuito in cui si formano i ricordi tanto che è sufficiente una singola pastiglia per provocare alterazioni della capacitĂ  di apprendere e memorizzare.

In pochi casi l’ecstasy può anche indurre al decesso a causa dell’insorgenza della sindrome serotoninergica, che sopraggiunge in una bassissima percentuale di soggetti predisposti geneticamente e di conseguenza suscettibili ad una eccessiva stimolazione della serotonina.
In sintesi, l’ecstasy può determinare effetti neurotossici sia a lungo che a breve termine a livello del sistema nervoso centrale.

di G.V.

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Nuovo farmaco capace di ritardare l’avvento del morbo di Alzheimer

Martedì 18 Marzo 2008

Giunge dall’Australia la notizia di un farmaco che potrebbe ritardare l’insorgenza del morbo di Alzheimer migliorando così la qualità della vita dei soggetti affetti da tale patologia.
Il farmaco in questione, il PBT2, è stato formulato da scienziati dell’Istituto di ricerca sulla salute mentale dell’UniversitĂ  di Melbourne.

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Una prima sperimentazione condotta a Sydney, a Melbourne e in Svezia su 78 persone, ha evidenziato la riduzione della quantità di placche della proteina beta-amiloide, che danneggiano il cervello dei malati di Alzheimer. Ai pazienti è stata somministrata una pillola al giorno per 12 giorni. Ciò ha consentito agli scienziati di notare dei miglioramenti nell’esecuzione e nella programmazione delle attività quotidiane.

Il prof. Colin Master che coordina il progetto, spiega: “La modificazione della malattia, quando il tasso di declino viene alterato o rallentato, è la strada maestra verso una terapia, perchĂ© consente di ritardarne l’insorgenza, se si interviene tempestivamente”.
La sperimentazione umana di larga scala della PBT2 inizierĂ  il prossimo mese grazie alla societĂ  Prana Biotechnology. Se dovesse sortire dei risultati positivi si avrĂ  il primo farmaco al mondo capace di rallentare o addirittura invertire gli effetti iniziali della malattia.

di G.V.

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Il calo del testosterone può causare uno stato di depressione negli uomini anziani

Martedì 4 Marzo 2008

La notizia secondo cui il testosterone, un ormone steroide del gruppo androgeno, prodotto dalle cellule di Leydig nei testicoli, sarebbe la causa anche di depressione negli uomini anziani, è stata pubblicata sulla rivista Archives of General Psychiatry e deriva da uno studio condotto su circa quattro mila volontari, negli anni dal 2001 al 2004.

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I ricercatori hanno preso in considerazione abitudini, stato fisico e mentale dei partecipanti ed hanno effettuato anche un monitoraggio dei valori del testosterone nel sangue, con cadenza semestrale. E’ stato osservato che, a livelli di testosterone più bassi della media normale, già prevista con l’avanzare dell’età, corrispondeva uno stato di depressione.

Il periodo dell’andropausa, dunque, rappresenta un rischio non solo per le malattie neurovegetative e invalidanti come il morbo di Alzheimer e quello di Parkinson , ma anche per una forma di depressione che colpirebbe proprio i maschi più avanti negli anni.

di D.T.

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Stimolazione cerebrale per migliorare la memoria nei malati di Alzheimer

Mercoledì 30 Gennaio 2008

Un team di neurologi del Toronto Western Hospital (Canada) ha scoperto ciò che potrebbe rappresentare una speranza per molti pazienti affetti dal morbo di Alzheimer, ossia la stimolazione cerebrale diretta per combattere la perdita di memoria.

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Ideata originariamente per combattere l’obesitĂ , si è scoperto che questa procedura provoca nel paziente una sensazione di “dejĂ  vu”. Dei successivi esperimenti di apprendimento hanno dimostrato un consistente miglioramento delle prestazioni durante l’attivazione degli elettrodi.
La stimolazione, effettuata grazie ad elettrodi impiantati nel cervello nell’area del sistema libico e alimentati da un “pacemaker”, è generata da una corrente continua a bassa intensitĂ  che il paziente non avverte.

L’ipotalamo non è tra le strutture cerebrali che intervengono nella conservazione dei ricordi ma gli esperti ritengono che una parte dei circuiti responsabili siano posti in una zona fisicamente adiacente ad esso e ciò avrebbe un effetto sulla memoria.

I ricercatori spiegano che : “Una volta attivata la stimolazione elettrica il malato sperimenta numerosi déjà vu. E assiste come spettatore a situazioni passate che lo vedono protagonista, come se stesse osservando un suo ricordo. E tanto maggiore è la stimolazione, tanto più vividi saranno i ricordi”.

Il passo successivo è il test su un numero maggiore di malati di Alzheimer.

di G.V.

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L’Alzheimer può essere sconfitto?

Domenica 13 Gennaio 2008

Sul “Journal of Neuroinflammation” è stata pubblicata una notizia che accende nuove speranze per la guarigione del morbo di Alzheimer.
Un paziente inglese, affetto dalla demenza senile, trattato col farmaco Etanercerp, utilizzato per l’artrite reumatoide, pare abbia riacquistato la memoria in poco più di dieci minuti.

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Il farmaco, che agisce bloccando un surplus patologico di fattori infiammatori non facendoli penetrare nelle cellule della membrana sinoviale, è stato somministrato sotto forma di iniezioni nel midollo spinale. La comunità medica, comunque, invita alla cautela perchè un singolo caso non può rivestire valore scientifico. Per esprimere un giudizio complessivo, infatti, si rende necessario valutare altri parametri e cioè tenere conto dell ’elemento suggestivo, della fase della malattia, della durata della memoria riconquistata, del periodare della memoria che può subire, all’insorgere della demenza, fasi alterne. Considerata la gravità del morbo, che rende invalidi circa 30 milioni di persone, la sperimentazione del farmaco proseguirà con molto impegno, rivestendo il caso in oggetto un notevole interesse di studio.

di D.T.

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