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Così si guarisce dal “cioccolismo” ovvero la dipendenza da cioccolato

Domenica 30 Marzo 2008

E’ una tradizione: non è Pasqua se non si mangia l’uovo di cioccolata. Non siamo i soli, però, ad esserne così golosi. Anche i topi, per gustarne un po’, sono capaci di abbassare una leva erogatrice di cioccolata, trenta, cinquanta, cento volte e più per poi ricominciare subito dopo, senza arrendersi.

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E’ quanto hanno osservato i ricercatori dell’Istituto di neuroscienze (In) del Consiglio nazionale delle ricerche di Cagliari nel corso di una ricerca sperimentale sui ratti, in corso di pubblicazione su Behavioural Pharmacology, mirata allo studio neurobiologico del ‘cioccolismo’ (dall’inglese chocoholism), la dipendenza da cioccolato.

Proprietà gratificanti del ‘cibo degli dei’. “Più volte al giorno, per 20 minuti al massimo, abbiamo alloggiato i topi all’interno di gabbie provviste di una leva e di un dispensatore per liquidiâ€, spiega Giancarlo Colombo, ricercatore In-Cnr. “I topi hanno rapidamente imparato che dieci pressioni sulla leva attivavano il dispensatore che, a sua volta, erogava la cioccolata per 5 secondi. Nel corso dei 20 minuti della sessione, i ratti hanno premuto la leva 800-1.000 volte e consumato circa 30 millilitri di cioccolata, circa un decimo del loro peso corporeoâ€.

“Mediante differenti procedure sperimentali è stato poi saggiato l’effetto del rimonabant, un inibitore selettivo del recettore CB1 degli endocannabinoidi, recentemente introdotto in alcuni paesi europei come farmaco per il controllo dell’appetitoâ€, prosegue Mauro Carai, dell’In-Cnr.

“Abbiamo potuto riscontrare che l’utilizzo di rimonabant riduce drasticamente i valori di auto-somministrazione di cioccolata, suggerendo quindi un possibile utilizzo di farmaci ad azione antagonista su questo recettore nella terapia del ‘cioccolismo’ â€.

Uteriori prove, eseguite nel corso dell’esperimento, consistevano nell’aumentare progressivamente il numero delle pressioni sulla leva necessarie per l’erogazione. “Tanto maggiore era il valore massimo raggiunto (breakpoint), ossia il numero di pressioni effettuate prima di arrendersi, tanto più intensa era la motivazione del ratto a consumare la cioccolataâ€, riassume Paola Maccioni, co-autrice della pubblicazione.

“Nel secondo esperimento, invece, la cioccolata non era mai distribuita, a prescindere dalle pressioni esercitate sulla leva; anche in questo caso, registravamo il numero massimo delle pressioni raggiunte da ogni ratto prima di fermarsi (definito extinction responding). I valori medi di breakpoint ed extinction responding registrati sono stati rispettivamente pari a circa 100 e 250, confermando quanto ‘lavoro’ i ratti sono disposti a compiere pur di ottenere qualche goccia di cioccolata. Utilizzando il rimonabant, sia i valori di breakpoint che quelli di extinction responding risultavano notevolmente ridotti o soppressi completamenteâ€.

“Anche se poco conosciuto, il ‘cioccolismo’ risulta un fenomeno di dimensioni sorprendentemente ampie nei paesi occidentaliâ€, conclude Colombo. “Fonti americane indicano che ad essere colpite maggiormente sono le donne, nella misura del 40%, mentre la popolazione maschile è coinvolta per il 15%â€. Dati che evidenziano l’importanza di un disturbo che, in alcuni dei suoi sintomi, viene paragonato alla dipendenza di sostanze d’abuso.

da: www.cnr.it

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Distrofia di Ullrich: un farmaco dà risultati promettenti

Domenica 30 Marzo 2008

Il trattamento di cellule di pazienti affetti da distrofia muscolare congenita di Ullrich con ciclosporina A (CsA) ripara il guasto che scatena la malattia, proprio come era successo nel modello animale. È questa la prima risposta di uno studio pilota su 5 pazienti affetti dalla malattia con difetti nel gene per il collagene VI, una proteina che normalmente riveste le fibre muscolari formando una sorta di ragnatela e che manca nei malati.

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Il risultato, finanziato in larga parte da Telethon e pubblicato sulla prestigiosa rivista Proceedings of the National Academy of Sciences U.S.A.* (PNAS), è opera di Luciano Merlini del Dipartimento di Medicina Diagnostica e Sperimentale dell’Università di Ferrara nell’ambito di uno studio diretto presso l’Università di Padova dai professori Paolo Bernardi (Dipartimento di Scienze Biomediche Sperimentali e Istituto di Neuroscienze del Consiglio Nazionale delle Ricerche) e Paolo Bonaldo (Dipartimento di Istologia, Microbiologia e Biotecnologie Mediche). Allo studio hanno partecipato anche altri ricercatori finanziati da Telethon: Nadir Maraldi degli Istituti Ortopedici Rizzoli e dell’Università di Bologna e Alessandra Ferlini dell’Università di Ferrara.

Da studi precedenti degli stessi ricercatori era emerso che il meccanismo alla base della malattia risiede nei mitocondri, le “centrali energetiche†delle cellule, che il prof. Bernardi ed i suoi collaboratori studiano da molti anni. Si tratta di un “corto circuito†provocato dall’apertura di un canale mitocondriale che in laboratorio può essere chiuso impiegando la ciclosporina A. Con questo farmaco i ricercatori erano già riusciti a curare le lesioni ai muscoli dei topolini privi del collagene VI, ma rimaneva da chiarire se il farmaco potesse avere efficacia anche nell’uomo.

Cinque pazienti (4 affetti da distrofia di Ullrich e 1 da miopatia di Bethlem) con diverse manifestazioni cliniche della malattia poiché portatori di diversi difetti genetici (ma tutti a carico del gene per il collagene VI), sono stati trattati con ciclosporina A.

Superando notevoli ostacoli tecnici il team di ricercatori è riuscito a misurare la funzionalità dei mitocondri in biopsie muscolari effettuate sui pazienti prima e dopo il trattamento con CsA, dimostrando che entro un mese dall’inizio della terapia si verifica un netto miglioramento, con diminuzione parallela della morte delle fibre muscolari.

Un dato particolarmente incoraggiante è l’aumento della rigenerazione muscolare (soprattutto nei pazienti più piccoli), un dato che fa sperare che il farmaco possa avere degli effetti benefici sul quadro clinico. Va infatti tenuto presente che il muscolo distrofico è in parte sostituito da tessuto connettivo e adiposo, e che è ancora presto per dire se il farmaco sarà in grado di ristabilire almeno in parte la massa muscolare.

Lo studio rappresenta comunque un punto di svolta, che permetterà presto di partire con un protocollo clinico su più vasta scala. “Lo studio rappresenta un brillante esempio di medicina traslazionale, in cui la comprensione dei meccanismi che scatenano le malattie nei modelli animali offre la possibilità di sviluppare terapie razionali e di trasferirle rapidamente all’uomoâ€, commentano Bernardi e Bonaldo, che concludono: “Siamo molto grati a Telethon, la cui commissione medico scientifica ha creduto nel progetto fin dall’inizio e ci ha finanziato ininterrottamente dal 1992â€.

da: www.cnr.it, www.telethon.it

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Clima: carenza di precipitazioni ed emergenza siccità

Domenica 23 Marzo 2008

Dopo l’inverno appena passato, che ha fatto registrare un calo delle precipitazioni del 27%, il testimone passa alla primavera: si spera che la stagione appena iniziata sia portatrice di precipitazioni per sopperire al deficit idrico e scongiurare il rischio siccità.

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Lo afferma la Coldiretti sulla base dei dati dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna (Isac-Cnr), rispetto al periodo di riferimento 1961-1990.

A causa dell’inverno caldo appena trascorso, la neve in montagna si è sciolta, importante riserva idrica del nostro paese; il livello del fiume Po, nonostante sia superiore agli scorsi periodi di crisi, è a circa la metà della media storica; in molte regioni come Umbria, Marche e Lazio, secondo l’Anbi, si registra un abbassamento delle falde acquifere tale da compromettere, in assenza di fonti di approvvigionamento alternative, la distribuzione potabile per uso umano.

I livelli del lago di Garda e di Como evidenziano un deficit idrico, mentre le acque del lago Maggiore hanno solo da poco raggiunto l’altezza media stagionale; nei laghi alpini, i volumi d’acqua contenuti sono inferiori alla media nei bacini del Po (in Piemonte), della Dora Baltea e del Chiese, mentre risultano confortanti le riserve d’acqua presenti nei bacini del Toce, dell’Adda, dell’Oglio e del Sarca-Mincio.

Nel Meridione nelle regioni più secche come la Basilicata e la Puglia e’ già stato richiesto l’avvio delle procedure d’emergenza per rendere compatibili le diverse esigenze nel rispetto delle prioritò previste dalle legge.
Spaventano anche eventuali bruschi abbassamenti delle temperature, poiché le gelate rischiano di danneggiare le piante da frutto come pesco, susino, albicocco e ciliegio in anticipo di fioritura fino a 15 giorni, per effetto del caldo invernale.

Coldiretti spiega: “Ma cambiamenti strutturali dovuti al clima si riscontrano anche nella distribuzione spaziale delle specie, come nel caso del faggio il cui areale (superficie abitata da una specie) si sta contraendo mentre quello del leccio si sta ampliando. E tra le piante coltivate si sta verificando un significativo spostamento della zona di coltivazione tradizionale di alcune colture come l’olivo che è arrivato quasi a ridosso delle Alpi, mentre ai confini con la Svizzera si coltiva il sorgo e le prime arachidi sono state raccolte nella Pianura Padana dove il clima è favorevole alla produzione di grandi quantità di pomodoro e di grano duro per la pastaâ€.

di G.V.

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La ricerca nel bel paese avanza: Premio Cartesio 2007 a due scienziati italiani

Sabato 15 Marzo 2008

Due scienziati italiani, Francesco Zerbetto e Fabio Biscarini rispettivamente dell’Ateneo e del Cnr di Bologna hanno ricevuto il premio Cartesio 2007, una specie di Nobel europeo per la scienza assegnato ogni anno da Bruxelles ai protagonisti delle più brillanti scoperte scientifiche ottenute in collaborazione tra diversi paesi europei.

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Il loro progetto di ricerca, che s’inserisce nell’ambito delle nanotecnologie, è stato portato avanti con le Università di Edimburgo, Amsterdam, Groningen e il Centro per l’energia atomica di Parigi.

La ricerca effettuata ha per protagonista una gocciolina di liquido organico (diiodometano) che scivola verso l’alto lungo una superficie liscia, sfidando la forza di gravità. Essa è trasportata da macchine molecolari artificiali ossia congegni composti da pochi atomi, dalle dimensioni di pochi milionesimi di millimetro, e controllabili per mezzo di stimoli esterni dagli scienziati.

Zerbetto spiega: “L’effetto ottenuto è quello di una specie di tapis roulant molecolare che trascina la goccia. La forza esercitata dalle macchine molecolari è pari a molte volte il suo peso. Per questo è possibile farla procedere in salitaâ€.

Il corrispettivo in denaro del premio, che sarà utilizzato per fornire assegni di ricerca a giovani scienziati, aspira a continuare questo studio per costruire in futuro motori molecolari come quelli esistenti in natura grazie ai quali noi oggi stiamo in piedi, estraiamo e trasportiamo nutrienti ed energia, eliminiamo scorie e rimarginiamo ferite.

di G.V.

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Fusion Expo - Creare energia con processi analoghi a quelli stellari? Sarà possibile

Martedì 19 Febbraio 2008

Creare energia con processi analoghi a quelli stellari? Sarà possibile. E’ questo il messaggio di ‘Fusion Expo’, mostra itinerante promossa dall’European Fusion Development Agreement (EFDA) della Commissione Europea e organizzata dall’Istituto di fisica del plasma (Ifp) “Piero Caldirola†del Consiglio nazionale delle ricerche (Ifp-Cnr) e dall’Università degli Studi ‘Bicocca’ di Milano.

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L’evento, che si terrà dal 18 al 27 febbraio nella Galleria della Scienza dell’ateneo, intende illustrare, attraverso percorsi tematici, la fattibilità scientifica e tecnologica della fusione nucleare come nuova fonte di energia, sulla base degli incoraggianti risultati ottenuti dagli esperimenti. Il percorso si articola in quattro isole tematiche - energia, fusione, reattore sperimentale ‘ITER’, fusione e ambiente - divise in sezioni multimediali, nelle quali è possibile interagire con modelli di macchinari e assistere ad alcuni esperimenti.

“Nel Sole, isotopi di idrogeno si fondono in elioâ€, spiega Paola Platania dell’Ifp-Cnr, “e questo processo fornisce l’energia che, irradiata, permette la vita sulla Terra. Da circa quarant’anni sono in corso ricerche per produrre in laboratorio lo stesso tipo di energia in modo controllabile. I risultati ottenuti hanno consentito di progettare il reattore sperimentale ITER, che sarà costruito, nei prossimi dieci anni, in Francia attraverso un’ampia collaborazione internazionaleâ€.

Nel viaggio a ritroso dallo spazio alla Terra, i visitatori potranno osservare l’energia delle stelle attraverso una spettacolare immagine della nebulosa della Tarantola, nella Grande Nube di Magellano; guardare da vicino un plasma, gas ionizzato rinchiuso in una boccia e percorso da scariche luminose. I filamenti luminosi che si vengono a creare dentro i contenitori possono essere spostati con il semplice movimento delle dita appoggiate al vetro.

La fusione sulla Terra invece è rappresentata da modelli e sezioni di macchine sperimentali, come un anello dell’italiana RFX, il tokamak di Frascati (FTU) e una sezione del dispositivo stellarator.

Ma come appare il plasma e come si comporta in presenza di un campo magnetico? Il visitatore lo sperimenterà osservando una colonna di plasma “accendersi†all’interno di una vera e propria “camera da vuoto†e “reagire†all’effetto del campo magnetico. Grazie a una porticina trasparente, potrà osservare i dispositivi per la creazione del vuoto, l’immissione e la ionizzazione del gas. Un vero esperimento di fusione in miniatura!

La storia delle ricerche, iniziate 80 anni fa, è invece illustrata attraverso una carrellata di eventi e immagini che vanno dalla pagina del primo articolo scientifico fino ai grandi esperimenti di oggi. Particolare risalto, nell’ambito della mostra, è dato al progetto ITER: su un grande pannello ricurvo è possibile seguire passo dopo passo la costruzione del tokamak, macchina a forma di toro, in grado di creare le condizioni affinché si verifichi, al suo interno, la fusione termonucleare allo scopo di estrarne l’energia prodotta. Un modello interattivo, inoltre, permette di esplorare un reattore.

“L’Expoâ€, conclude Platania, “è rivolto a un pubblico vasto, ma è particolarmente indicato agli studenti che potranno contare sulla guida di ricercatori ‘Ciceroni’ per apprendere i contenuti espositivi e sviluppare approfondimenti sull’energia e la fusione, insieme con gli aspetti della sicurezza e del rispetto ambientaleâ€.

da: www.cnr.it

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CNR: I radicali liberi visti sotto un’altra ottica

Domenica 3 Febbraio 2008

Uno studio condotto presso l’Istituto di scienze dell’alimentazione (Isa) del Cnr di Avellino e pubblicato sulla rivista «Science» ridisegna il ruolo dei radicali liberi che sarebbero invece responsabili del corretto funzionamento del Dna.

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La ricerca rivede il ruolo agli enzimi addetti alla riparazione del Dna, che non hanno la sola funzione di correggere gli errori presenti nel nostro patrimonio genetico, ma essendo parte integrante dell’apparato di trascrizione, consentono l’espressione dei geni e, quindi, la sintesi delle proteine.

I ricercatori spiegano che «il nostro Dna, una molecola di circa due metri di lunghezza, è contenuto nel nucleo delle cellule, che ha un diametro medio di 5-7 milionesimi di metro». Ciò è possibile «grazie a una specifica classe di proteine nucleari, gli istoni, che lo impacchettano». Ma «sia nel processo di duplicazione cellulare che di trascrizione, necessario per il normale funzionamento della cellula, il Dna deve essere srotolato». Anche questo compito «è svolto dagli istoni, grazie a specifiche modifiche post-traduzionali (essenzialmente processi chimici come acetilazione, metilazione e fosforilazione)».
Questa benefica funzione è stata riscontrata, in particolare, per i geni responsivi agli ormoni estrogeni.

Bruno Perillo dell’Isa-Cnr spiega: “Nell’ambito di uno studio teso a decifrare il ruolo svolto da specifiche modificazioni delle code istoniche sull’espressione di geni regolati da estrogeni e nel loro ruolo nello sviluppo e progressione del carcinoma mammario abbiamo scoperto che la de-metilazione di uno specifico residuo dell’istone H3, indotta dalla stimolazione da estradiolo, innesca uno stress ossidativo che in ultima analisi rende il DNA accessibile e, quindi, leggibile ai fattori di trascrizione e promuove di conseguenza uno stato di “accensione genicaâ€.

Tale scoperta, “oltre a rivalutare gli effetti dei radicali liberi sulle cellule umane, assegna un nuovo ed inatteso ruolo agli enzimi di riparo del Dna, che non hanno, quindi, la sola funzione di correggere gli errori presenti nel nostro patrimonio geneticoâ€, conclude infine Perillo, ma “rappresentano anche parte integrante dell’apparato di trascrizione, che consente l’espressione dei geni e, di conseguenza, la sintesi delle proteineâ€.

di G.V.

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Statura all’altezza delle aspettative? Il GDF5 fa la sua parte

Domenica 20 Gennaio 2008

Un gruppo di ricercatori italiani dell’Istituto di Neurogenetica e Neurofarmacologia (INN) del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Cagliari, in collaborazione con altri gruppi internazionali ha portato avanti, nell’ambito del Progetto ProgeNIA, un vasto studio di genetica internazionale che ha scoperto il gene che predispone alla bassa statura: il ‘GDF5′.

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Il gene in questione regola la struttura e la crescita delle ossa ed è responsabile della osteoartrite, uno dei più comuni tipi di artrite, che affligge il 10% della popolazione italiana. Questa malattia degenerativa, intacca prima di tutto la cartilagine ed è più frequente tra i soggetti anziani.

Anche se il GDF5 può indurre delle differenze dell’ordine di 0,3 fino a 1,4 cm (se una versione del il gene è presente in doppia copia), l’altezza resta comunque una caratteristica ereditabile per l’80%.

Molti geni infatti contribuiscono al fatto che una persona sia alta o bassa ma da soli non bastano a determinarne la statura.
La ricerca è stata effettuata grazie all’analisi del Dna di 4500 sardi inseriti nel progetto di ricerca ‘SardINIA’, oltre 2000 finlandesi e 24 mila persone di altre nazioni.

La caccia ai geni dell’altezza è iniziata lo scorso settembre quando la rivista “Nature†aveva pubblicato della scoperta del primo gene, Hmga2, direttamente collegato alla statura.
La ricercatrice Serena Sanna dell’INN-CNR spiega: “I nostri risultati dimostrano che la comprensione dei fattori coinvolti nella variazione dell’altezza possono produrre nuove conoscenze per malattie importanti e comuni nella popolazione.

Le nuove varianti geniche da noi identificate, insieme con quelle presenti nel HMGA2 recentemente scoperte da un altro gruppo di ricerca con cui collaboriamo, sono responsabili per meno dell’1% della variazione dell’altezzaâ€.
Continua poi in merito all’utilità di questa scoperta: â€Conoscere tutti i geni legati alla statura permetterà, per esempio, di evitare la corsa frenetica alla ricerca di eventuali disfunzioni, quali disordini del metabolismo, per spiegare la crescita più lenta del neonato. La risposta sarà semplicemente scritta nel suo DNAâ€.

di G.V.

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Il dominio.it festeggia 20 anni di successi: il numero cresce al ritmo di circa 20mila al mese

Lunedì 24 Dicembre 2007

20 anni fa il 23 dicembre il CNR registrava il primo dominio italiano: “cnr.itâ€. Questo ha dato l’avvio ad un fenomeno che ha reso l’Italia la sesta rete web al mondo con un milione e mezzo di domini.

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Il Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico (Cnuce) di allora, oggi Iit, ha collegato per la prima volta nell’aprile 1986, tramite la rete via satellite, Pisa con gli Stati Uniti. Gli americani assegnarono così la gestione del registro dei domini italiani, all’Istituto di informatica e telematica del Cnr. Il testimone passerà successivamente all’Iit-Cnr di Pisa.
E’ proprio quella generazione di ricercatori degli anni 80 che bisogna ringraziare se Internet è divenuto il mezzo di comunicazione più attuale e veloce del momento.
La registrazione di domini negli anni che vanno dal 1987 al 1993 non ha necessitato la creazione di un’anagrafe dei siti tanto erano pochi. E’ tra il 1999 e il 2000 che si è potuto assistere ad una crescita enorme di siti (circa 409.694 nel 1999) tanto da rendere necessario l’istituzione di un’anagrafe. Il fenomeno è reso possibile grazie all’esplosione della «new-economy» e alla modifica delle norme del Registro del ccTLD.it che prevedevano la registrazione dei domini anche ai soggetti senza partita IVA. Dal 2004 ogni cittadino dell’Ue avente più di 18 anni può registrare un numero illimitato di domini.it

di G.V.

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Una nube tossica si posiziona sulla Pianura Padana

Venerdì 19 Ottobre 2007

Una spessa nube marrone, costituita prevalentemente da sostanze inquinanti, quali particelle carboniose e aerosol minerali sovrasta la Pianura Padana.

Questo è stato l’argomento centrale di un convegno tenuto dal Cnr per la presentazione dei risultati del progetto italiano Share (Stations at High Altitude for Research on the Environment).
Gli incendi di agosto in Algeria e sui monti Atlas hanno, infatti, dato vita ad una nube ricca di particelle carboniose e sostanze inquinanti che, si è spostata tanto fino a posizionarsi sull’Italia, dove l’assenza di vento l’ha fatta arrestare.
E’ stata la stazione di monitoraggio «Ottavio Vittori» (che fa parte delle rete internzionale di Share) dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima, Isac-Cnr, sul Monte Cimone a rilevare la Brown Cloud italiana, che presenta la medesima composizione chimica della grande nube marrone dello spessore di tre chilometri e di un’ampiezza pari a quella degli USA che incombe nei cieli del sud est asiatico e dell’Oceano Indiano.
Come spiegano i ricercatori, la nube non è solo il risultato dell’inquinamento prodotto da automobili e industrie ma è dovuta soprattutto alla combustione di rudimentali focolari domestici che bruciano sterco secco.
In Asia la nube si è arricchita di sostanze inquinanti tra cui l’ozono tanto da arrestare persino il monsone.
Basti pensare che le alterazioni climatiche, modificando i normali parametri ambientali, provocano gravi danni all’ecosistema e all’economia di un paese, la cui produzione agricola risente parecchio dei lunghi periodi di siccità o di piogge forti.

di G.V.

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Nobel per la Fisica a Francia e Germania ai padri dell’Hard Disk per lo studio sull’effetto Gmr

Martedì 9 Ottobre 2007

Lo scienziato francese Albert Fert, dell’Università di Parigi sud, e il fisico tedesco Peter Grünberg, del Centro di Ricerca per la Fisica dello Stato Solido di Julich, hanno ricevuto oggi il Premio Nobel per la Fisica.

Il prestigioso premio, corrispondente a un milione e 80 mila Euro circa, è stato conferito loro per la scoperta dell’effetto di magnetoresistenza gigante (Gmr), fondamentale per la realizzazione di hard disk in miniatura.
I loro studi hanno portato all’applicazione delle nanotecnologie, basate sul mutamento della resistenza di un sensore ubicato in un campo magnetico.
Dino Fiorani, ricercatore dell’Istituto Struttura della Materia del Cnr di Roma spiega che a differenza delle testine di prima che erano di tipo induttivo, “quelle basate sull’effetto di GMR (magnetoresistenza gigante), e cioè la variazione di resistenza, potevano leggere bit magnetici (nell’hard disc) molto ravvicinati. In pratica l’utilizzo di una nuova concezione di testina di lettura non più induttiva, ma “magnetoresistivaâ€, ha di fatto determinato un aumento nettissimo della densità dei mezzi di registrazioneâ€.
E’ grazie a loro che le testine degli hard disk in commercio già dal 1991, hanno una sensibilità notevole e offrono il vantaggio di consentire l’immagazzinamento di una maggiore quantità di dati.

di G.V.

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