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Broccoli, l’”arma” che a tavola contrasta i danni del diabete

Giovedì 7 Agosto 2008

Una ricerca condotta da studiosi della University of Warwick e riportata su Journal of Diabetes rivela che mangiare verdura e broccoli in particolare potrebbe curare i danni causati dal diabete ai vasi sanguigni del cuore.

broccoli-arma-che-a-tavola-contrasta-i-danni-del-diabete1 Broccoli, larma che a tavola contrasta i danni del diabete

Il segreto sarebbe in un composto che si trova nei broccoli, il sulforafano. Questo stimola la produzione di enzimi che proteggono i vasi sanguigni e riduce le molecole che causano gravi danni alle cellule.

Era già risaputo che le verdure della famiglia delle crucifere, cui appartengono anche i broccoli, apportano notevoli benefici all’organismo tanto che i consumatori abituali hanno un rischio inferiore di infarto e ictus.
I pazienti diabetici hanno un rischio cinque volte maggiore delle persone sane di sviluppare malattie cardiovascolari, a causa dei danni ai vasi sanguigni.

I ricercatori hanno dimostrato che il sulforafano induce una riduzione del 73% di una particolare molecola conosciuta come ROS (Reactive Oxygen Species). I ROS sono molecole instabili di ossigeno, innescate nell’organismo da un certo numero di fattori ambientali e di abitudini igieniche. L’iperglicemia, una condizione tipica del diabete, può provocare l’innalzamento dei livelli del ROS anche di tre volte sopra la norma. L’integrazione di broccoli nella dieta può quindi avere un effetto benefico per i pazienti affetti da diabete in quanto contrasta l’innalzamento dei livelli del ROS.

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La dieta mediterranea protegge dal rischio diabete

Venerdì 30 Maggio 2008

Uno studio dell’Università di Navarra, pubblicato dalla rivista British Medical Journal, svela che la dieta mediterranea protegge contro il diabete.

dieta-mediterranea-diabete-cuore-studio La dieta mediterranea protegge dal rischio diabete

Il consumo quotidiano di frutta, cereali, pesce, olio di oliva e tutti gli altri cibi che sono i protagonisti della nostra tavola, aiuta non solo a prevenire infarti o malattie del cuore, ma agiscono anche da deterrente contro il diabete.
Lo studio ha analizzato le abitudini alimentari di un gruppo di volontari, evidenziando che coloro che seguivano la dieta mediterranea avevano il 30% in meno delle possibilità di contrarre il diabete, nonostante molti di loro avessero precedenti di questo tipo in famiglia o soffrissero di ipertensione.

Questo risultato dimostra come avere delle corrette abitudini alimentari apporta benefici notevoli nella prevenzione nelle malattie.
Rimane tuttavia importante promuovere stili alimentari salutari e creare al contempo etichette più chiare e leggibili per coloro che acquistano cibi nei supermercati, di modo tale che abbiano la consapevolezza di ciò che stanno per mangiare.

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Dna: i due geni amici, Fto e Mc4r, nemici dell’obesità

Lunedì 5 Maggio 2008

Durante uno studio, pubblicato da “Nature Geneticsâ€, che ha coinvolto 77 Istituti in Inghilterra, Usa, Francia, Germania, Italia (l’Istituto di neurogenetica e neurofarmacologia del Cnr di Cagliari), Finlandia e Svezia, alcuni ricercatori, guidati da Mark McCarthy, hanno cercato nella popolazione i geni ricorrenti legati all’aumento di peso e scoperto che, al già noto gene Fto se ne affianca un altro che si chiama Mc4r. Le varianti “cattive†di questi due geni insieme sono responsabili in media di 3,8 chili di aumento di peso.

diabete-fto-genetics-geni-mc4r-nature-obesita-peso Dna: i due geni amici, Fto e Mc4r, nemici dellobesità

Dalla ricerca è emerso che le varianti cattive sono più comuni in coloro che hanno antenati asiatici rispetto agli europei, anche se tra gli inglesi sono presenti in circa il 50% della popolazione.
I soggetti più sfortunati, invece, portatori delle varianti di entrambi i geni, guadagnano sulla bilancia, in media, ben 3,8 chili in più. Va meglio a chi presenta solo la variante individuata di recente: per lui, infatti, la bilancia segna “solo†1,5/2 chili in più.
Infine si è potuto verificare che anche da solo l’Mc4r è responsabile di almeno due centimetri di giro-vita in più e soprattutto dell’aumento della resistenza all’insulina, da cui deriva il diabete di tipo 2.

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Mangiare senza ingrassare? Si studia la pillola per dimagrire

Mercoledì 30 Aprile 2008

Se in futuro si potrà mangiare ed introdurre calorie senza per questo ingrassare ed esser costretti poi sottoporsi a faticose diete dimagranti ancora non si sa, ma pare che tale realtà sia già possibile per dei topolini in sovrappeso.

calorie-campbell-diabete-diete-dimagrire-enzima-metabolismo-pillola Mangiare senza ingrassare? Si studia la pillola per dimagrire

Alcuni scienziati, guidati da Ian Campbell, direttore del Charity Weight Concern di Melbourne (Australia), avrebbero scoperto il modo di far perdere peso a topolini ingegnerizzati senza ricorrere a diete, velocizzando il loro metabolismo attraverso la manipolazione dei loro adipociti (cellule di grasso). I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sui Proceedings of the National Academy of Science.

Il ricercatore ha rimosso dalle cellule dei roditori l’enzima convertitore dell’angiotensina o ACE e ha visto che i topolini modificati, pur mangiando la stessa quantità di cibo che veniva data a quelli normali, bruciavano più calorie e dimagrivano: avevano fino al 60% in meno di massa grassa.
I topolini, inoltre, grazie ad un metabolismo più veloce processeranno gli zuccheri molto più velocemente e quindi saranno meno propensi ad ammalarsi di diabete.
Farmaci che inibiscono l’azione di ACE sono già in commercio e sono usati per combattere l’ipertensione, ma a detta degli scienziati con qualche modifica si potrebbe arrivare ad una pillola per dimagrire.

Campbell parla con cautela e spiega: “Lo studio è interessante ma è stato fatto solo sui topi ed anche se il farmaco è attualmente utilizzato contro l’ipertensione, non si sa se, pur in dosaggi più alti, può far perdere peso nell’uomo. Inoltre, dobbiamo stare attenti agli effetti collaterali, soprattutto a carico dei reni, anche se sappiamo che fino ad ora il medicinale non ha dato alcun problema“.

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Il caffé, la bevanda amica della nostra salute

Giovedì 17 Aprile 2008

Bisogna sfatare i miti e le false credenze che orbitano intorno alla bevanda più amata dagli italiani e più consumata nel mondo, il caffé e ciò viene ulteriormente ribadito da recenti studi internazionali effettuati in collaborazione al NFI, Nutrition Foundation of Italy, Centro Studi dell’Alimentazione, riunitisi a Milano.

antiossidante-caffe-diabete-nfi-parkinson-patologie-prevenzione-01 Il caffé, la bevanda amica della nostra salute

Esso possiede un elevato potere antiossidante grazie al contenuto degli acidi clorogenici, un’azione protettiva nei confronti dello sviluppo del diabete di tipo 2 e del morbo di Parkinson, rallentamento del naturale declino cerebrale nelle persone anziane, nessun effetto sfavorevole sul rischio cardiovascolare.

Andrea Poli, Direttore Scientifico di NFI, spiega: “Consumato in dosi moderate e con costanza quotidiana, il caffé ha dimostrato di essere un aiuto importante nella prevenzione di patologie metaboliche e neurodegenerative.

La sua presenza, quindi, all’interno della dieta di ogni giorno non solo influenza positivamente la sfera emotiva della persona ma può contribuire al benessere dell’organismo”. Continua poi asserendo che: “Grazie soprattutto al contenuto naturale in acidi clorogenici, il caffé, anche decaffeinato, è tra le fonti dietetiche più abbondanti di antiossidanti. Il suo consumo permette di assumerne quantità significative, con favorevoli implicazioni sulla nostra salute”.

di G.V.

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Abbasso l’ascensore: l’inattività o l’interruzione del moto aumenta il rischio di diabete

Sabato 22 Marzo 2008

Un gruppo di ricercatori dell’Università del Missouri ha effettuato uno studio, pubblicato dalla rivista Journal of the American Medical Association (Jama), per verificare quanto l’assenza o meno interruzione di quotidiana o costante attività fisica anche solo salire le scale o meno, potesse influire sul rischio di sviluppar il diabete.

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I ricercatori hanno pertanto chiesto a dei camminatori ‘medi’, ossia coloro che fanno circa 6 mila passi al giorno, di ridurre a 1400 passi la loro attività motoria per tre settimane, evitando le scale e usando la macchina per gli spostamenti e a degli ottimi camminatori, cioè coloro che fanno circa 10 mila passi al giorno, di scendere a 1400 passi con le stesse avvertenze ma per solo due settimane.

Al termine delle ricerche ai partecipanti è stato somministrato un test di tolleranza al glucosio e uno ai grassi, per verificare la capacità del corpo di sottrarre dal sangue queste due sostanze.
I risultati sono stati alquanto sorprendenti: sono sufficienti due settimane di sedentarietà per aumentare la presenza di glucosio e di grasso nel sangue, rischiando pertanto di sviluppare il diabete o altre malattie cardiovascolari.

Bente Klarlund Pedersen, co-autore dello studio, spiega: “In genere pensiamo che sia salutare fare dell’attività fisica, ma questo studio dimostra che due settimane di inattività sono pericolose. Se si scelgono mezzi di trasporto passivi il rischio di malattie croniche diventa subito più altoâ€.

di G.V.

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Diabete di tipo 2: il caffé aumenta il livello di glucosio nel sangue

Mercoledì 30 Gennaio 2008

Alcun ricercatori del Duke University Medical Center di Durham (USA) hanno scoperto che la caffeina contenuta nel caffé, tè e bibite gassate, seppure in piccola quantità, potrebbe aumentare il livello di zuccheri nelle persone affette da diabete di tipo 2.

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I risultati della ricerca che sarà pubblicata sulla rivista scientifica Diabetes Care di febbraio sono stati portati avanti dal prof. James Lane grazie ad un nuovo apparato diagnostico che ha consentito per la prima volta di tracciare l’andamento degli zuccheri nei pazienti durante l’arco della giornata, verificando che i livelli di glucosio nel sangue divengono molto più stabili e controllabili quando si elimina la caffeina dalla dieta.

Lo studio è condotto su una decina di soggetti affetti da diabete di tipo 2 che consumavano circa due tazze di caffé americano al giorno, facevano una giusta dieta, praticavano regolare esercizio fisico e assumevano alcuni farmaci per via orale.
Ogni paziente è stato dotato di un piccolo dispositivo portatile per la rilevazione dei livelli di glucosio nell’arco di 72 ore. Il ricercatore ha dato, inoltre, delle capsule, alcune contenti caffeina e altre riempite con un semplice placebo. La caffeina è stata infatti assunta a giorni alterni, in quan quantità equivalente a quattro tazzine di caffé. Colazione esclusa, i pasti erano a scelta dei pazienti.
Dai dati forniti dai rilevatori di glucosio, gli scienziati hanno scoperto che nei giorni in cui i pazienti avevano ingerito le capsule contenenti caffeina, i livelli di glucosio nel sangue erano aumentati di circa otto punti percentuali.
Dopo i pasti i valori aumentano: +9% a colazione, +15% dopo pranzo e +26% dopo cena.
James Lane conclude: “Ora l’indagine andrà effettuata su un numero maggiore di diabetici, e occorre comunque sottolineare che nelle persone sane il caffé non ha effetti collaterali come questo, e anche fra i diabetici potrebbero esserci persone più o meno ’sensibili’ agli effetti negativi legati al consumo massiccio di questa bevandaâ€.

di G.V.

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Un buon riposo notturno allontana il rischio di diabete di tipo 2

Mercoledì 9 Gennaio 2008

Ricercatori americani dell’University of Chicago Medical Center, hanno scoperto che disturbare le fasi più profonde del sonno determina una riduzione della capacità di regolare il livello di zucchero nel sangue e quindi aumenta il rischio di sviluppare un diabete di tipo 2.

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I risultati dello studio, pubblicati sul sito dei Proceedings of the National Accademy of Science, hanno evidenziato come gli effetti benefici di un sonno ristoratore influiscano sul benessere generale della persona e soprattutto sul soggetto affetto da diabete di tipo 2,che diventa resistente all’insulina o non riesce a produrne a sufficienza per regolare il livello di zucchero nel sangue.
L’esperimento è stato condotto su nove volontari di peso normale ed in buona salute tra i 20 e i 31 anni.
Gli studiosi hanno constatato che dopo tre giorni di sonno disturbato da rumori e quindi mai profondo, la capacità dei soggetti di regolare il tasso di zucchero nel sangue era diminuita del 25%.
Eve Van Caute, che ha diretto la ricerca spiega: “Dato che la riduzione dei periodi di sonno profondo sono tipici dell’invecchiamento e dei disturbi del sonno correlati all’obesità, come per esempio l’apnea ostruttiva, questi risultati suggeriscono che strategie miranti al miglioramento della qualità del sonno possano concorrere a prevenire o quanto meno a ritardare l’insorgenza del diabete di tipo 2 nella popolazione a rischio.â€
I ricercatori osservano infine: “La diminuzione di sonno a onde lente che abbiamo indotto corrisponde al cambiamento nella struttura del sonno a cui si assiste dopo un invecchiamento di 40 anni. I giovani adulti passano nel sonno profondo dagli 80 ai 100 minuti per notte, mentre le persone oltre i 60 anni godono di meno di 20 minuti di sonno a onde lente per notte. Nell’esperimento abbiamo dato ai volontari ventenni il sonno dei loro futuri 60 anniâ€.

di G.V.

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Nuove ricerche svelano un forte nesso tra fumo e diabete di tipo 2

Sabato 15 Dicembre 2007

Una ricerca svizzera pubblicata su “Jamaâ€, (Journal of American Medical Association), la rivista dell’Associazione dei medici americani, ha contribuito ad allungar la lista dei danni provocati dal fumo: i fumatori hanno il 44% in più di probabilità di sviluppare il diabete di tipo 2. Il rischio aumenta fino al 61% tra i forti fumatori (oltre le 20 sigarette al giorno) mentre per i fumatori meno accaniti il pericolo scende sino al 29%.

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La ricerca condotta dal team guidato da Carole Willi, dell’Università di Losanna, ha analizzato i dati di 25 studi, pubblicati tra il 1992 e il 2006, per un totale di 1,2 milione di pazienti, riscontrando un nesso tra fumo e diabete di tipo due o altri disturbi del metabolismo del glucosio.
Questo accadrebbe perché il fumo di tabacco, influendo in maniera rilevante sullo sviluppo della cosiddetta ‘insulinoresistenza’, che crea una sorta di ‘sordità progressiva’ dell’organismo all’insulina, condurrebbe ad un aumento del glucosio nel sangue.
Il dato alquanto preoccupante è che anche coloro che hanno smesso di fumare corrono il rischio di sviluppare tale patologia con una probabilità del 23%.
A tal riguardo i ricercatori aggiungono: “La questione rilevante - non è più se un’associazione esista o meno, ma se il fumo sia una causa nell’insorgenza del diabeteâ€. Dai dati ottenuti questa ipotesi pare sia convalidata perché vi è “innanzitutto la relazione temporale: il fumo precede l’insorgenza del diabete in tutti gli studi. Secondo, esiste una relazione dose-risposta, cioè più si fuma tanto maggiore è l’associazione. Terzo l’esistenza di una teoria biologica: il fumo porterebbe a una resistenza all’insulinaâ€.

di G.V.

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Dagli USA arriva Catkins, la dieta per bloccare il diabete dilagante tra i gatti

Sabato 8 Dicembre 2007

Il miglioramento delle condizioni di vita ha cambiato le abitudini degli uomini, a volte anche a discapito della salute che risente in maniera pesante di un’alimentazione troppo ricca di zuccheri e grassi e in generale molto abbondante.

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L’uomo, a sua volta, ha trasmesso questa sua tendenza all’eccesso di cibo anche agli animali, come se più cibo equivalesse a più amore. Il risultato di tale comportamento ha portato ad un’incidenza di diabete tra cani e gatti con una forte tendenza all’aumento.
Gli Stati Uniti hanno infatti registrato negli ultimi anni un caso su cinque di animali domestici in sovrappeso. Come per l’uomo anche per l’animale, il diabete è causato da un’insufficiente produzione di insulina, (l’ormone che regola l’assunzione del glucosio) che provoca un aumento anomalo degli zuccheri nel sangue. Poiché la cattiva alimentazione e l’obesità sono le cause scatenanti, si è pensato allora ad una dieta, ricca di proteine e povera di carboidrati chiamata “Catkinsâ€.
Tale regime alimentare ha consentito la riduzione del peso dell’animale rendendo più gestibile il diabete ed eliminando il bisogno di ricorrere a iniezioni di insulina.
Uno studio condotto dalla clinica Windsor, in Colorado, ha potuto dimostrare che grazie a Catkins tre gatti su quattro hanno riportato i valori ad un livello molto vicino al normale. Si è riscontrato inoltre che nei cani questa dieta non riesce ad evitare il sopraggiungere dei pesanti effetti della malattia … quindi fino a prova contraria a loro non resta che mettersi a dieta sin da cuccioli!!

di G.V.

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