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Il nucleo di ferro di Mercurio si raffredda e il pianeta si restringe

Lunedì 7 Luglio 2008

Una foto scattata dalla sonda spaziale Messenger ha confermato agli scienziati della Nasa che Mercurio si sta pian piano rimpicciolendo.

il-nucleo-di-ferro-di-mercurio-si-raffredda-e-il-pianeta-di-restringe Il nucleo di ferro di Mercurio si raffredda e il pianeta si restringe

La sua superficie si sta raggrinzendo, dando forma a nuove catene montuose, eruzioni vulcaniche e asperitĂ  della crosta.
Gli ultimi rilievi hanno evidenziato che il diametro si è già ridotto di quasi cinque chilometri rispetto ai 4.880 misurati in passato.

Questo fenomeno di contrazione della superficie è dovuto al raffreddamento progressivo del nucleo del pianeta, particolarmente grande rispetto alla media.

Si stima infatti, che il cuore di ferro del pianeta rappresenti il 60% della sua massa totale. Il conseguente raffreddamento del ferro liquido, solidificando il metallo, diminuirebbe il volume di tutto il pianeta, compresa la superficie aderente al nucleo che tenderebbe così a raggrinzirsi.

Grazie alle immagini a colori inviate da Messenger, gli scienziati della Nasa hanno appurato inoltre, che il campo magnetico del pianeta è creato dal nucleo metallico (analogamente alla Terra) e non da un deposito superficiale di ferro.

Le analogie riscontrate finora tra Mercurio e la Terra potrebbero essere importanti per capire come il nostro pianeta si sia evoluto nelle sue prime fasi di vita.

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Grazie alla sonda Phoenix la conferma: su Marte c’è acqua

Venerdì 20 Giugno 2008

La Nasa ottiene la prova definitiva che sul Pianeta Rosso ci sia l’acqua: la sonda Phoenix ha infatti fotografato del ghiaccio durante una delle sue esplorazioni sul suolo marziano.

grazie-alla-sonda-phoenix-la-conferma-su-marte-acqua Grazie alla sonda Phoenix la conferma: su Marte cè acqua

La sonda ha rilevato dei pezzettini di materiale bianco e brillante mentre scavava in un cratere, che dopo qualche giorno si sono ridotti e alcuni sono proprio scomparsi.

Gli scienziati erano indecisi tra acqua o sale ma adesso ogni dubbio è fugato: è ghiaccio che si è sciolto ed è evaporato.

Peter Smith, dell’università dell’Arizona, primo ricercatore della missione su Marte, commenta: «Deve essere ghiaccio». E poi: «Lo pensa tutta la squadra scientifica. Riteniamo che questa sia la prova definitiva che questi sono piccoli pezzi di ghiaccio».

La missione della sonda Phoenix mira a scoprire se l’ambiente marziano è favorevole al formarsi di forme di vita primitive.

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In onore di Plutone nuova categoria di corpi celesti: i Plutoidi

Venerdì 13 Giugno 2008

Plutone, dopo essere stato destituito, perchè troppo piccolo, dallo status di pianeta nel 2006, diventa Plutoide.
L’Unione Astronomica Internazionale durante l’ultima riunione esecutiva a Oslo (Norvegia), ha creato una nuova categoria di corpi celesti, battezzati “plutoidi in onore del vecchio pianeta nano.

in-onore-di-plutone-nuova-categoria-di-corpi-celesti-i-plutoidi In onore di Plutone nuova categoria di corpi celesti: i Plutoidi

Da questo momento in poi, tutti i corpi celesti con una massa sufficiente a creare una forza di gravitĂ  propria che si trovano in un’orbita trans-nettuniana (sono cioè piĂą lontani rispetto a Nettuno) si chiameranno “plutoidi”.

Ma Plutone, troppo piccolo per definirsi pianeta non sarĂ  il piĂą grande plutoide perchè il “corpo transnettuniano” 2003 Ub 313 ribattezzato “Eris” è circa il 27% piĂą massiccio di Plutone e può quindi fregiarsi del titolo di nono corpo in ordine di grandezza ad orbitare intorno al Sole.
Gli astronomi hanno potuto stabilirne con certezza la massa osservando gli effetti gravitazionali su una delle sue lune, grazie alle immagini ottenute dal telescopio spaziale “Hubble“.

Per anni la “questione Plutone” è stata al centro dei dibattiti degli astronomi, che non convergevano su una definizione esatta di “pianeta“.
Con questa decisione della Conferenza internazionale si è evitato un sistema solare comprendente di 53 “pianeti”.
Bocciata anche la classificazione dei pianeti basata sulla composizione e non solo sulla massa.

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La missione Cassini prolunga il viaggio attorno a Saturno fino al 2010

Giovedì 17 Aprile 2008

La missione Cassini, la cui sonda realizzata grazie alla collaborazione fra Nasa, Agenzia Spaziale Europea (Esa) e Agenzia Spaziale Italiana (Asi), continuerĂ  a raccogliere dati su Saturno e le sue lune fino al 2010.

anelli-cassini-magnetosfera-missione-nasa-orbita-pianeta-saturno-sonda La missione Cassini prolunga il viaggio attorno a Saturno fino al 2010

Si è deciso di includere nella missione 60 nuove orbite di Saturno: la nuova configurazione delle orbite consentirà ulteriori 26 passaggi alla più grande luna di Saturno, Titano, sette a Encelado, uno a Rhea, Dione e Helene nonché nuove osservazioni sulle caratteristiche del sistema degli anelli e la magnetosfera del pianeta.

Enrico Flamini , responsabile della missione per l’Asi, afferma: “L’estensione della missione è la naturale conseguenza degli straordinari risultati che stiamo ottenendo in questa fantastica missione”.
Saturno, il cui diametro supera i 120 mila chilometri ponendolo per dimensioni al secondo posto, dopo Giove e prima di Urano e Nettuno, è uno dei pianeti più intriganti. La sua densità inferiore a quella dell’acqua lo rende estremamente leggero: gettato in una piscina sarebbe capace di galleggiare come un tappo di sughero.

Saturno, la cui è 95 volte quella della Terra, ruota su se stesso velocemente, in 10 ore, 39 minuti e 22 secondi e ciò, insieme alla bassa densità, ne determina la forma fortemente schiacciata ai poli.
La sonda Cassini, lanciata il 15 ottobre 1997 dal Kennedy Space Center della Nasa a Cape Canaveral (USA), ha raggiunto Saturno dopo sette anni di viaggio percorrendo in questo lasso di tempo oltre tre miliardi e mezzo di chilometri. Nonostante l’età versa ancora in ottime condizioni tanto da poter affrontare due anni di lavoro supplementare.
Foto tratta da: saturn.jpl.nasa.gov

di G.V.

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Individuato metano su un pianeta esterno al sistema solare

Giovedì 20 Marzo 2008

Protagonista su Nature di un evento unico nel suo genere è una donna italiana, la giovane astronoma Giovanna Tinetti dell’University College di Londra, co-autrice della scoperta che ha portato all’individuazione di una molecola organica, il metano, nell’atmosfera di un pianeta esterno al sistema solare.

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La ricerca, condotta in collaborazione con Mark Swain e Gautam Vasisht, del Jet Propulsion Laboratory (Jpl) della Nasa, è stata effettuata grazie allo spettroscopio di Hubble.

Il pianeta HD189733b, uno dei 271 finora individuati nell’universo, è un gigante gassoso simile a Giove, si trova a 63 anni luce dalla terra nella costellazione della “Vulpecula” (Volpetta). A luglio scorso lo stesso gruppo di ricercatori ha individuato presso lo stesso copro celeste tracce di acqua, anche se sotto forma di vapor acqueo considerati i 1.000 gradi di temperatura di HD189733b.

L’astronoma italiana ironizza: “Non si può pensare ad un’origine biologica del metano», anche perchè, “è altamente improbabile che delle mucche (fisiologiche fonti naturali di metano) possano sopravvivere li” e poi aggiunge: “Una probabile spiegazione è che le osservazioni dello Hubble sono state molto più sensibili nei confronti del lato in ombra del pianeta, dove le temperature sono un poco più fredde e i meccanismi fotochimici responsabili della distruzione del metano sono meno efficienti di quelli in atto sul lato illuminato”.

Tinetti conclude: «Sto collaborando al nuovo telescopio spaziale James Webb che partirà fra cinque anni. Sarà lui, forse, a regalarci una vera rivoluzione perché il suo occhio sarà in grado di avvistare pianeti forse uguali alla Terra».

di G.V.

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Marte: dal pianeta rosso le immagini di un antico lago che potrebbe aver ospitato la vita

Lunedì 10 Marzo 2008

Un gruppo di ricercatori dell’Università dell’Arizona coordinati da John Grant (USA) ha fatto un’eccezionale scoperta pubblicata sulla rivista “Geology”: è stato avvistato su Marte un luogo che nel passato ha potuto ospitare un lago ora asciutto.

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La sonda della Nasa Mars Reconnaisance Orbiter ha trasmesso, grazie alla fotocamera ad altissima risoluzione, Hirise, delle immagini che hanno consentito di individuare un velo sottilissimo di materiali argillosi sui sedimenti del lago.

Il coautore dello studio Alfred McEwen spiega: “L’argilla è un materiale che si forma in presenza di acqua, soprattutto idrotermale”. Da questa premessa deriverebbe l’assunto che, questo era un ambiente potenzialmente ideale, per ospitare delle elementari forme di vita.

Gli scienziati hanno calcolato che il lago marziano conteneva un elevato volume d’acqua, pari a 4.000 chilometri cubici, maggiore di quello del lago Huron, in America Settentrionale.
Quello che nelle immagini pare essere il letto di un torrente che scende lungo il fianco del cratere, sarebbe derivato, a detta degli esperti, dalla rottura degli argini a causa della forza dell’acqua.

Ciò avrebbe causato lo svuotamento del cratere che successivamente si sarebbe riempito per asciugarsi definitivamente alcune centinaia di anni dopo.

I ricercatori comunicano, inoltre, che nel lago è stata scoperta anche la prima megabreccia da impatto osservata su Marte, ossia degli enormi blocchi rocciosi che, altro non sono che detriti saltati in aria e poi ricaduti, quando l’impatto con un meteorite ha formato il cratere.

di G.V.

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Ghiaccio o polvere sul pianeta rosso? Marte stupisce ancora

Mercoledì 2 Gennaio 2008

Come rivela la rivista “Science”, Marte è una fonte inesauribile di sorprese che non smettono mai di stupire. Recentemente si è scoperta la possibilità che vi sia un ghiacciaio attivo lontano dai poli del pianeta e che lo zolfo (non il carbonio) sia l’elemento che ha condotto al surriscaldamento del clima.

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Se ciò trovasse conferma si rivoluzionerebbero non solo le ipotesi circa l’evoluzione di Marte ma anche quelle circa il passato della Terra.
L’ESA (European Space Agency) ha identificato i tratti del ghiacciaio in una regione chiamata Deuteronilus Mensae, tramite una telecamera ad alta risoluzione posizionata all’esterno della navicella Mars Express.
Gli scienziati hanno ipotizzato che il materiale fosse acqua ghiacciata accumulata circa 10.000 anni proveniente da una fonte sotterranea.
Ulteriori depositi di ghiaccio sono stati individuati ai poli marziani, ma questi sono vecchi milioni di anni e hanno una ampiezza parecchio maggiore.
La notizia provoca sconcerto poiché si riteneva che qualsiasi fonte d’acqua raggiungesse la superficie del pianeta rosso evaporasse velocemente ed eventualmente fluttuasse nello spazio.
Ronald Greeley dell’Arizona State University di Tempe, geologo e membro del gruppo di ricerca, conferma che sinora tutte le caratteristiche fisiche dell’immagine corrispondono a quelle di un ghiacciaio.
Nel numero del 21 Dicembre di Science un team di scienziati della Harvard University e del Massachusetts Institute of Technology offrono delle possibili spiegazioni all’insolita assenza di minerali a base di carbonio su Marte.
Un composto di biossido di carbonio nell’antica superficie marziana ha prodotto un effetto serra tale da consentire che acqua fluida scorresse sulla superficie. Il problema sta nel fatto che un tale processo avrebbe dovuto depositare sul suolo del pianeta minerali contenenti carbonio, cosa che non è stata riscontrata.
I ricercatori sono pervenuti pertanto ad un’altra spiegazione: grandi quantità di biossido di zolfo (SO2) nell’atmosfera, il risultato di una precedente attività vulcanica, hanno catturato calore a sufficienza da far scorrere acqua. Questa ipotesi spiegherebbe la grande presenza di solfati tra i minerali marziani.
Itay Halevy di Harvard spiega che rivelazioni di questo genere potrebbero lasciar intendere che “il biossido di zolfo ha avuto un ruolo ben più importante nella storia della Terra di quanto si è finora pensato”.
Il geologo Alfred McEwen dell’University of Arizona di Tucson, si esprime con cautela a riguardo poiché in passato simili configurazioni marziane si erano rivelate essere costituite da polvere indurita che assomiglia a ghiaccio nelle immagini orbitali.
da: sciencenow.sciencemag.org
Credit: ESA/DLR/FU Berlin (G. Neukum)

di G.V.

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Il pianeta Venere è il pianeta del sistema solare più simile alla Terra per dimensioni e massa

Venerdì 30 Novembre 2007

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INTERVISTA 35-2007. Il pianeta Venere è il pianeta del sistema solare più simile alla Terra per dimensioni e massa. Ma: con una temperatura superficiale superiore ai 400 °C e una pressione circa 100 volte maggiore di quella terrestre, la superficie venusiana à poco meno che infernale.

Ma che cosa ha reso Venere così diverso dalla Terra?

Tra gli astrofisici, Venere viene spesso indicato come il gemello della Terra: gemelli, ma evidentemente separati alla nascita. Con questa battuta, si vuole mettere in evidenza che se le condizioni iniziali (massa e dimensioni) dei due pianeti sono simili, è difficile pensare a due corpi che oggi presentano condizioni ambientali tanto diverse. Oltre a temperatura e pressione, l’atmosfera di Venere non sembra neppure parente di quella terrestre. Composta per la maggior parte di biossido di carbonio (anidride carbonica), l’atmosfera venusiana ospita nuvole formate da goccioline di acido solforico.

Oggi, però, anche grazie anche alle scoperte di Venus Express, la prima sonda dell’ESA per lo studio di Venere, abbiamo la conferma che questo pianeta deve essere stato simile alla Terra anche dal punto di vista ambientale, e non solo per dimensioni e massa. All’inizio della sua vita da pianeta, probabilmente Venere era pianeta ricco di acqua, che però oggi è quasi assente.

La presenza di acqua residua, tutta nell’atmosfera, è così scarsa che se potessimo raccoglierla tutta quanta e usarla per allagare il pianeta, l’oceano che si formerebbe sarebbe solo una pozzanghera alta non più di 3 centimetri. Sulla Terra, lo stesso esperimento darebbe un oceano profondo oltre tre kilometri. Se questo è vero, come crediamo, Venere deve aver subito uno o più eventi catastrofici dal punto di vista ambientale. Ma ancora non sappiamo dire come, perché o quando.

Per leggere l’intervista completa: www.esa.int

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NovitĂ  dallo spazio: scoperto il quinto pianeta della stella 55 Cancri

Giovedì 8 Novembre 2007

Dopo 18 anni di ricerca, gli studiosi del Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, hanno dato conferma del quinto pianeta della stella 55 Cancri, simile al nostro sole, che ha un periodo orbitale di 260 giorni e la massa pari a 45 volte la massa della Terra.

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Per molte caratteristiche che il pianeta possiede, ricadendo nella cosiddetta “zona abitabile”, dove l’acqua si può mantenere allo stato liquido, si ipotizza la possibilità di potenziali forme di vita, seppure primordiale. La scoperta conferisce fondamento all’ idea che attorno ad una stella si possa formare un sistema solare simile al nostro. Il nuovo pianeta dista 41 anni luce dalla Terra, ma il suo habitat è più vicino a quello di Saturno. L’esistenza di una eventuale “luna”, orbitante attorno al nuovo pianeta, che è costituito per lo più da gas, potrebbe alimentare le speranze per insediamento dell’uomo.
Foto tratta da: www.jpl.nasa.gov

di D.T.

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