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L’acme del piacere femminile: uno studio svela l’esistenza del punto G

Giovedì 21 Febbraio 2008

Il famoso punto G, tanto chiacchierato e tanto cercato, è stato finalmente trovato anzi meglio, “immortalato”. Il responsabile della scoperta è il professor Emmanuele Jannini, Docente di Sessuologia Medica all’Università de L’Aquila, il cui studio è stato pubblicato sul Journal of Sexual Medicine.

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Lo studio ha verificato che le donne che presentano un piccolo ispessimento della parete che divide la vagina dall’uretra sono le fortunate che possono avere il cosiddetto «orgasmo vaginale».

La ricerca è stata eseguita osservando l’anatomia della vagina con l’ecografia transvaginale su delle donne che avevano dichiarato di avere orgasmi vaginali. In esse è stata riscontrata una conformazione più ispessita della parete tra uretra e vagina. Jannini spiega: “Il punto G è formato da diversi tipi di tessuti, che comprendono la parte interna del clitoride, corpi cavernosi come quelli del pene, le ghiandole di Skene e nervi che utilizzano gli stessi fattori biochimici dell’eiaculazione maschile”.

Jannini sottolinea: «Nessuno prima d’ora aveva usato l’ecografia per indagare questo aspetto ancora così poco conosciuto dell’anatomia femminile e questo la dice lunga sul ritardo culturale sulla sessualità femminile. Sul punto G abbiamo preferito un dibattito fatto di opinioni e non di scienza, io stesso ho tenuto per due anni i miei risultati nel cassetto prima di pubblicarli».
Alcuni scienziati salutano la notizia con entusiasmo altri invece la prendono con le dovute cautele. Secondo alcuni, l’ispessimento nella parte anteriore della vagina è solo da mettere in relazione con le dimensioni del clitoride, secondo altri il punto G potrebbe esistere anche nelle donne che non provano l’orgasmo vaginale. Un altro gruppo pensa invece che la capacità di provare questo tipo di orgasmo sarebbe solo questione di allenamento.

di G.V.

Popolarità: 35%

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Il punto dove nasce il dolore: i risultati delle ultime ricerche sul mal di testa

Domenica 2 Dicembre 2007

Non c’è nessuno che almeno una volta nella vita non abbia sofferto di mal di testa. Questa malattia che, se cronica diventa invalidante, si accompagna spesso a disturbi come per esempio nausea, fastidio alla luce ha delle cause poco note.

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Attualmente dei risultati incoraggianti si sono ottenuti dalla biologia molecolare e alle tecniche di visualizzazione del cervello, come dimostra uno studio pubblicato su The Journal of Neuroscience, portato avanti dai ricercatori della Sissa, Scuola Superiore di Studi Avanzati di Trieste.
La scoperta localizza l’origine del dolore in un’ area del cervello, dove nei neuroni del ganglio trigeminale (centro da cui partono nervi che raggiungono naso, meningi e mandibole) c’è un particolare recettore (P2X3) attivato da sostanza chimiche locali.
Elsa Fabbretti, autrice della ricerca afferma: “Abbiamo dimostrato che esiste un recettore dei neuroni del ganglio trigeminale che aumenta rapidamente la sua attività. Ad accendere il recettore sono particolari sostanze delle famiglie delle neurotrofine e dei neuropeptidi”.
Gli scienziati hanno scoperto che questo recettore col passar del tempo cambia la sua struttura, determinando l’intensificarsi del dolore.
Andrea Nistri, coordinatore dello studio, rivela che, alla luce di queste scoperte si penserebbe di “ bloccare solo temporaneamente l’attività del recettore, ossia durante il periodo dell’attacco. Avere identificato, oltre al recettore, le molecole che determinano la soglia del dolore apre la strada alla possibilità di farmaci selettivi”.
Attualmente sono svariati gli studi che portano avanti ricerche in merito all’emicrania, ma bisogna ricordare che il cammino è lungo e difficile perché i fattori scatenanti sono diversi, dalla predisposizione genetica all’ambiente.

di G.V.

Popolarità: 17%

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